Le ombre che furono tra le vie d’una città romana

Quando ero ragazzo (troppo tempo fa),  forse per un destino scritto (chissà!) o per l’indole, giunto per ragioni di famiglia ai confini storici tra Italia e Francia (ed a risiedere addirittura in un’area quanto meno coinvolta con la zona archeologica della città romana di Ventimiglia), provenendo da una metropoli, mal mi adeguai al modo di vivere di un nuovo contesto socio-economico e non di rado interrompevo la frequentazione dei compagni di giuochi sì che, forse alla ricerca di spazi alternativi e di fantasia, mi isolavo tra i resti di questa città romana.
Molte cose eran diverse allora… cose che c’erano e non vi sono più, spazi abbandonati e deserti o addirittura posti a coltivi che sarebbero diventati ben altra cosa …. Ricordo che in un’occasione, in questi spazi che tanto avrebbero poi condizionata la mia vita ma di cui ben poco sapevo, mi fece da guida e mentore la dimenticata (ingiustamente) Preside Marchis Romano, delicata poetessa di un tempo scomparso, e che, narrandomi di altre cose strane che mai più sarebbero state trovate (Lei stessa risiedeva a lato degli scavi, non lontano dal rudere dove ora sorge il moderno “Antiquarium”!) mi indicava, nell’ambito delle sue competenze, i resti di questa grande civiltà … ma Lei non era attratta dai ruderi che, per quanto imponenti, nulla potevano spartire con quanto avevo visto a Roma coi miei genitori. Erano i dettagli che mi mostrava perchè la sua fantasia di poetessa non era vincolata dalle remore scientifiche (e qualche volta accademicamente barbose): un giorno, dalla via Aurelia, mostrandomi i resti del Teatro mi disse “non guardare solo l’edificio, pensa anche alla gente che era seduta a guardare guardare gli spettacoli, pensa a come dovevano credersi eterni….. poi non se ne sarebbe nemmeno avuta la memoria, pensa ai ragazzi come te, che giocavano magari a palla sulle vie, proprio vicino all’ingresso del teatro e suscitavano le proteste della gente che passava: proprio come oggi e come l’ieri sparve divenendo l’oggi, così l’oggi un giorno diventerà niente”. Forse aveva in mente ed esprimeva per se stessa prima ancora che per me (certo non con queste parole che solo riassumono la sostanza delle idee) qualcuna delle raccolte liriche che avrebbe composto, raccolte di un tempo che fu e su cui il tempo è scorso impietoso come su questi resti archeologici …. L’ultima cosa, quella che ricordo bene, fu il gesto con cui obbligò il mio sguardo a levarsi in alto verso la sentinella della città romana e poi di quella medievale …. l’altura di Colla Sgarba….del misterioso monte forato, desolato dai bombardamenti dopo esser stato in epoca fascista una speranzosa “colonia agricola di esperimentazioni”. “Lo sai che i vecchi dicono che sia impossibile accedervi per una sorta di maledizione, perchè ai tempi dei barbari un mago guerriero vi avrebbe sepolto -dopo aver fatto un incantamento contro gli intrusi e i malintenzionati- nella grotta di cristallo che si trova sulla vetta un fanciulla bellissima, dai nemici uccisa, di cui si era perdutamente innamorato?”…
Dovetti lanciarle uno sguardo stupito tipico di chi crede a ciò che ascolta = in effetti una grotta v’era sulla vetta e Colla Sgarba era incomprensibilmente inibita a noi ragazzi: forse -da tempo ben l’ho inteso- per ragioni molto banali, per non danneggiare le proprietà o evitare giocando di restar schiacciati entro i ruderi scheletrici delle case della “colonia” devastate e pericolanti ancor più dei ruderi romani! La Preside dovette cogliere lo sguardo stupito del fanciullo che era anche su piccolo studente ….non infierì coi voli poetici: sorridendo mi disse “Vai a casa che si fa sera! …. e stai tranquillo è solo una favola, una tra le tante di cui ti ho detto; anche se lassù davvero chissà chissà che ha abitato attraverso tutto questo tempo ….. tutti, ora felici ora tristi, ed oramai lievi e vani, come è solo vento che si sperde scivolando fra gli arbusti crescono da sempre e che da sempre spandono il loro profumo rustico e buono”. La vidi presto allontanarsi coi due cagnolini inseparabili, mentre le ultime parole dette già svanivano per la distanza ….. la fantasia di fanciullo e le ombre lunghe della sera ch’avanzava mi diedero presto il sospetto che s’accostasse una folla di larve e fantasmi: e scappai via, verso la linea ferrata per giungere più in fretta (oh l’avesse saputo mio padre che stavo commettendo quell’imperdonabile sciocchezza) a casa ….. una casa eretta sui ruderi d’una grande città romana, una casa costruita sul nulla …. o sulla storia? Ma questa è un’altra storia!

di  Bartolomeo Durante

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Da Bordighera (IM), Liguria
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